Sulla Guerra 2

Scritto da Alimberto Torri.

“Ma guarda se con un tramonto come questo, quelli devono pensare a fare la guerra”. Questo sentii da una signora seduta qualche sedile più in dietro, nella corriera che portava a ponente.
Una visione romantica del tramonto, legata magari al primo amore, al primo bacio. Da sempre l’amore si contrappone alla morte e il tramonto, il crepuscolo altro non è che la morte del giorno. Il tramonto è simbolo di trapasso. Forse, allora, è proprio perché ci sono i tramonti che c’è chi pensa alla morte. La morte è di questo mondo, fa parte di noi. Freud postulava un istinto di morte insito nell’uomo.
Ma la guerra? Una cosa è morire di vecchiaia o di malattia e un’altra è morire di morte violenta, causata da un conflitto. Come già detto l’amore si contrappone alla morte; Julius Evola propone un’interessante etimologia della parola amore: amore, dal latino a privativo e mors morte, la negazione di questa ovvero l’eternità. E sempre il vecchio Freud postulava un istinto di vita da contrapporsi al precedente. Il vecchio Freud derivò queste idee dall’osservazione della cellula. Le cellule di cui siamo composti si riproducono, vivono, e muoiono. Dentro di noi avvengono quotidianamente nascite e morti in un sistema di organizzazione quasi perfetto. L’organismo deve però fare anche i conti con altri piccoli organismi che lo possono attaccare dall’esterno; così nascono, a livello cellulare, dei conflitti tra corpi e anticorpi. L’organismo combatte così una quotidiana guerra per la vita.

Salendo i gradini della scala delle funzioni umane, il padre della psicoanalisi applicò questi principi biologici alle funzioni che regolano i nostri comportamenti: la psicologia. Questo diede materiale su cui lavorare per cercare di comprendere certi comportamenti autolesivi. Esistono guerre intime che si combattono su terreni immaginari, ma non per questo irreali, conflitti che indirizzano non solo il nostro comportamento, ma la nostra stessa esistenza.


Salendo ancora i gradini e avvicinandoci alla sfera sottile dello spirito, scopriamo che anche là esistono guerre. Nella metafora delle battaglie tra angeli del bene e angeli del male, tra trascendente e immanente. Se leggiamo attentamente i testi sacri, dalla Bibbia alla Bhagavaghita, passando per il Corano scopriamo che in tutti si fa riferimento alla guerra. Guerra che, in questi casi, assume la valenza di Santa. Ma, in questi casi, trattandosi di testi vissuti come sacri, sarebbe assennato ritenerli altamente simbolici, da non prendere alla lettera altrimenti si passa dal mondo trascendente a quello immanente con inevitabili conseguenze bellicose.


Ma l’osmosi fra le tre sfere dell’essere è inevitabile. Così, accade che una sofferenza dello spirito si tramuti in una sofferenza della mente ed in fine in una del corpo. Una di queste conseguenza è sotto ai nostri occhi ogni domenica, quando allo stadio si passa dalla guerra figurata della partita di calcio, che vede ruoli come quello del capitano, del capo cannoniere, del cannoniere, della difesa, dell’attacco…, a quella reale e parossistica dei tifosi. La violenza è il modo più barbaro e distruttivo per sfogare temporaneamente una tensione conflittuale interna non risolta e che, così, certo non si risolve.

Il dato comune a tutte le guerre, sia a quelle spirituali che a quelle materiali, è la necessità fisico-psico-spirituale ad essere. Combatto per esserci, combatto per vivere. E’ chiaro ed è bene che lo ripeta che il conflitto sul piano homo versus homo è una sconfitta della battaglia che si svolge sui tre piani biologico, psicologico e spirituale, perché il vero conflitto, quello che ci fa essere, è sempre interiore. Si capisce che così che uccidere un essere umano, significa togliergli la possibilità di combattere le sue battaglie intime per essere.
Ecco che le battaglie che si conducono per avere sono sbagliate. E le guerre homo versus homo sono sempre guerre per avere.